Il risultato elettorale che nel giugno scorso ha confermato Mahmoud Ahmanidejad alla guida del governo iraniano scatenò da subito la reazione della gioventù che sperava in un rinnovamento politico. Folle oceaniche guidate dagli studenti universitari si sono riversate nelle strade di Teheran sfidando con grande coraggio la repressione violenta del regime. Sono indelebili gli ultimi scampoli di vita di Neda, la ragazza iraniana uccisa da un colpo d’arma da fuoco mentre stava manifestando pacificamente il proprio dissenso. Lo scorso dicembre la folla è tornata ancora nelle strade e nelle piazze di Teheran per lanciare nuovamente il proprio grido di libertà; alle nuove manifestazioni è seguita una nuova violenta repressione. In questo scenario doveva svolgersi la visita ufficiale della delegazione europea per le relazioni con l’Iran. Qualcuno all’interno del Parlamento europeo non se l’è sentita proprio… e così la visita è stata rinviata a data da destinarsi. Da parte sua, il Modavi apprezza la presa di posizione di alcuni parlamentari europei contro il regime che sta insanguinando l’Iran. Vediamo come sono andate le cose parlandone con Marco Scurria, già presidente nazionale del Modavi, oggi parlamentare europeo del Ppe.
Chi si è mosso per annullare la visita a Teheran?
Tutto è partito da me, Salvatore Tatarella e Potito Salatto, cioè gli italiani del centrodestra che fanno parte della delegazione per le relazioni con l’Iran.
Ed i vostri colleghi italiani del centrosinistra?
Divisi, come sempre, tra favorevoli e contrari.
Come è iniziato il tutto?
Quando, a dicembre, è stato deciso che l’8 gennaio la delegazione sarebbe andata a Teheran, noi abbiamo detto subito che non avremmo fatto la passerella al regime iraniano; allora abbiamo posto delle condizioni.
Quali?
Per esempio abbiamo chiesto di visitare le carceri iraniane per verificare le reali condizioni in cui sono detenuti i prigionieri politici; volevamo incontrare le associazioni degli studenti universitari per sentire le loro ragioni.
Cosa vi è stato risposto?
Dall’Iran ci è stato detto che avremmo avuto il programma della nostra visita soltanto il giorno stesso della partenza. Avevamo ragione noi: si trattava di fare la passerella al regime.
A questo punto quali sono state le vostre iniziative?
Dopo aver espresso la nostra assoluta contrarietà, abbiamo inviato una serie di comunicati stampa e fatto pressioni sui responsabili della delegazione e del Parlamento europeo, coinvolgendo anche ministri e capigruppo. In più quindici deputati americani hanno scritto una lettera al presidente del Parlamento europeo proprio per chiedere che venisse rimandata la visita.
Di chi è stata l’ultima parola?
Le stesse autorità iraniane, per non subire il colpo diplomatico, ad un certo punto hanno comunicato che sarebbe stato meglio rimandare il tutto.
Tanto rumore per che?
Perché era inaccettabile stringere la mano alle autorità iraniane che negli stessi giorni facevano incarcerare i dissidenti, chiudere giornali, oscurare siti web.
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