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Mission

Questo documento è la base ideale e culturale sulla quale si è fondato il Modavi. E' passato del tempo ed alcune vicende sono state evidentemente superate dagli eventi. Riteniamo però fondamentale questo elaborato per comprendere lo spirito della nostra Associazione. Per questo è sempre attuale, perchè definisce i capisaldi ed i riferimenti, il percorso che ci ha ispirato e la nostra identità più profonda.


CAPITOLO I
LA SOCIETA' OCCIDENTALE DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA MODERNITA'

Il processo di modernizzazione che attraversa la società contemporanea ha determinato e determina tuttora il totale cambiamento dei punti di riferimento e lo sconvolgimento di quegli spazi di integrazione fisica e psicologica che avevano formato l'immaginario collettivo, il rapporto con l'ambiente e lo stesso sistema di relazioni sociali dell'uomo europeo, nel corso della sua storia.

La modernità imprime il segno dei propri cambiamenti ad una velocità tale che risulta difficile adattarvisi. I processi di trasformazione avvengono in tempi sempre più brevi ed in maniera talmente radicale che le domande ed i problemi aperti ci trovano privi di risposte e di valide soluzioni. Questo perchè i nostri schemi mentali e la percezione della realtà, ereditate nel corso della nostra evoluzione, procedono più lentamente rispetto al divenire dei processi storici. A questo proposito scrive Konrad LORENZ: "La velocità con cui lo spirito umano si trasforma e l'uomo trasforma l'ambiente in qualcosa di completamente diverso da ciò che esisteva fino a ieri è talmente vertiginosa che, in confronto, l'evoluzione filogenetica è praticamente immobile. L'anima umana è rimasta sostanzialmente la stessa da quando è sorta la civiltà. Come meravigliarsi, dunque, se la civiltà esige dall'anima umana delle pretese che essa non è in grado di soddisfare?"(1)

Ancora più incisivo il paradosso di Iraneus EIBL-EIBESFELDT che sottolinea come il bagaglio emozionale degli uomini che guidano oggi, come presidenti, le superpotenze, corrono come in gara sulle autostrade e pilotano cacciabombardieri supersonici, non sia affatto diverso di quello dei loro antenati del Paleolitico. (2)

Quello della modernità è un cammino a spirale che accorcia sempre più i tempi di trasformazione ed accelera le fasi del cambiamento man mano che ci si avvicina al suo centro. La società europea, negli ultimi 150 anni, ha modificato la sua più intima struttura e il suo pensiero come mai era successo in precedenza.

L'Occidente ha cessato di essere un riferimento geografico e culturale per diventare una impersonale macchina produttiva. L'industrializzazione, lo sviluppo della tecnologia e la rivoluzione informatica hanno racchiuso il mondo in solo possibile destino, in un unico circuito comunicativo in cui spazi, limiti e confini hanno sempre meno valore ed in cui le diversità degli uomini, delle culture, delle scelte storiche, si annullano, sullo sfondo di un modello di sviluppo e di società uguale per tutti.

L'occidentalizzazione del mondo è qualcosa di più di una semplice espansione culturale; è la conquista planetaria della modernità. Afferma, a questo proposito, Serge LATOUCHE: "Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi. Un solo mondo tende ad essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione degli esseri umani su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale." (3)
Questa modernità, così indefinibile e complessa, così tangibile nei suoi effetti ma informe e omologante, trova il suo senso in due importanti rivoluzioni concettuali che hanno profondamente cambiato la natura dell'Europa: l'affermazione dell'individuo come valore e fondamento della società e la nascita del pensiero utilitarista, motore delle relazioni sociali.

Louis DUMONT definisce l'individualismo come la configurazione ideologica della modernità, intendendo in questo modo risaltare il carattere sostanzialmente moderno di un pensiero che ha dato forma ad un diverso assetto societario, mutato il rapporto tra gli uomini ed impostato su basi totalmente nuove i concetti di giustizia e di bene. Secondo Dumont "per gli antichi, salvo che per gli stoici, l'uomo è un essere sociale, la natura è un ordine [...]. Per i moderni quello che viene chiamato il Diritto naturale non prende in considerazione gli esseri sociali ma gli individui, uomini ciascuno dei quali è autosufficiente, in quanto fatto ad immagine di Dio e in quanto depositario della ragione." (4)

L'uomo pre-moderno, nel suo "essere sociale", viveva ed operava all'interno della propria comunità ed in funzione di essa. Un fitto sistema di relazioni sociali basate sulla reciprocità alimentavano la condivisione di un destino comune. Tradizione, cultura, usi, consuetudini, tutto rappresentava l'identità stessa del soggetto e la sua più profonda identificazione. Questa struttura, che gli specialisti denominano olista, garantiva all'individuo protezione e sicurezza, integrandolo all'interno di una complessa rete di solidarietà organiche che davano senso compiuto all'esistenza. Il clan, la tribù, la polis, la corporazione, rappresentavano universi comunitari nei quali l'immaginario collettivo trovava la sua collocazione e rappresentazione.

L'avvento dell'individualismo ha modificato totalmente questa struttura ed il suo sviluppo si è intersecato con una serie di mutamenti che hanno dato forma e definizione alla società moderna. Tra questi segnaliamo per la loro rilevanza, nell'ambito del nostro discorso:
- l'emergere e l'affermarsi dello Stato nazionale che, sorto sulle ceneri delle antiche comunità organiche, è diventato la forma aggregativa, giuridica e territoriale, di una società di individui;
- l'avvento di una economia di tipo capitalistico che, secondo la definizione di Max WEBER, "è innanzitutto lo sviluppo dello spirito capitalistico" (5), ovvero una precisa concezione dell'agire nella storia, mutuata dalla teologia della Riforma;
- la nascita del Mercato come strumento di regolazione dell'economia.

Durante queste trasformazioni l'individuo è stato liberato dai legami comunitari nei quali lo aveva rinchiuso la tradizione, è diventato valore in sè, nella sua totale razionalità si trova il fondamento e la giustificazione del suo agire nella storia.
Soggetto ad un Diritto Naturale, precedente e prioritario rispetto a qualsiasi legame sociale, l'individuo si è universalizzato, divenendo la misura di tutte le cose, il centro stesso della società. I filosofi '600 e del '700 hanno elaborato un modello negativo di antropologia che ha sostituito i criteri etici fino a quel momento espressi dal pensiero europeo e che è stato la base per la moderna concezione della società. In questo modello si definisce virtù proprio ciò che prima era considerato amorale: l'egoismo, l'indifferenza verso l'alto.

Una volta affermato l'individuo, l'interesse legato alla sfera esclusiva di questo è diventato il motore di ogni relazione sociale, anzi di più: lo strumento del benessere e dello sviluppo della società. Bernard DE MANDEVILLE si vantava di aver dimostrato che "ciò che noi chiamiamo il Male in questo mondo, sia morale sia naturale, è il grande principio che fa di noi delle creature socievoli [...]". (6)
Il famoso paradosso di Adam SMITH è diventato il simbolo di questa nuova umanità, liberata dalle costrizioni e dalle ipocrisie delle solidarietà obbligate e animata, nella costruzione dei suoi rapporti, dall'egoismo e dal calcolo: "non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, del fornaio che noi ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal riguardo che essi prestano ai loro interessi". (7)
Le diverse teorie del contratto sociale hanno cercato di sanare la contraddizione esistente tra l'esaltazione dell'individuo e del suo egoismo e la necessità di un'organizzazione sociale e di un potere statale. Come afferma Alain CAILLE' con esse si sono formati "[...] degli individui che decidono liberamente di costruirsi in società per assicurare la propria sicurezza e godere dell'esistenza e che si impegnano a obbedire alla legge comune solo a condizione che questa garantisca la soddisfazione dei loro interessi". (8)

La grande rivoluzione imposta dalla società moderna investe essenzialmente il rapporto tra gli uomini e le cose. L'individualismo e l'utilitarismo hanno dato luogo all'affermazione di un interesse esclusivamente di tipo economico e materiale che ha sancito il termine di ricerca di ogni azione sociale. Nelle società tradizionali ciò che definiva l'uomo era soprattutto ciò che egli era; vale a dire la sua collocazione all'interno della comunità, il posto che egli occupava nella gerarchia che definiva quella comunità, la funzione che egli era chiamato a svolgervi nel contesto delle relazioni sociali. In queste società, come si può vedere, prioritario era il rapporto tra gli uomini.

Al contrario, nelle società moderne, libere e liberali, ciò che definisce l'uomo è fondamentalmente ciò che egli ha, la quantità di ricchezze possedute determina il proprio status sociale. In questo caso diventa prevalente il rapporto tra gli uomini e le cose. L'effetto primario di questo mutamento di orizzonte è la nascita del cosiddetto pensiero tecnomorfo e la disumanizzazione delle relazioni sociali che ne consegue.
Questa trasformazione, che Karl POLANYI aveva intuito essere alla base dell'evoluzione dell'economia a categoria autonoma rispetto al sociale e al politico, è stata sottoposta ad un'analisi molto interessante da Louis DUMONT. E' una rivoluzione determinante nella comprensione dei nostri tempi. Questo stravolgimento di prospettive alimenta un sistema ideologico fondato sull'egoismo, l'indifferenza verso l'altro, la ricerca del proprio interesse economico. Nel moderno sistema di rappresentazioni collettive la solidarietà e l'altruismo, il valore del dono e del donarsi, vengono considerati aspetti secondari ed irrilevanti nel gioco delle interazioni sociali.

Carlo GAMBESCIA parla a questo proposito di reciprocità generalizzata (dare qualcosa in cambio di nulla) e di reciprocità equilibrata (dare qualcosa in cambio dell'equivalente) come forme di organizzazione sociale riconducibile ai modelli comunitari analizzati da Ferdinand TONNIES e agli studi antropologici effettuati da Marcel MAUSS all'inizio del secolo; modelli nei quali, all'interno del sistema di scambio, la volontà di costruire un legame personale e collettivo che istituisca rapporti simbolici di tipo gerarchico, è prioritario rispetto alla ricerca dell'interesse e all'importanza data all'oggetto scambiato.
A questo si oppone la forma di reciprocità negativa (ottenere qualcosa in cambio di nulla) tipica della moderna società individualistica, nella quale le interazioni sociali sono funzionali alla ricerca di un utile individuale ed in cui i rapporti diventano di minore importanza rispetto al culto dell'oggetto. (9)
Schiacciata sotto il peso delle sue esigenze produttive, della logica del profitto, di una uguaglianza che è ormai solo omologazione e annullamento delle diversità, la società moderna continua a rincorrere freneticamente il mito della propria efficienza, incapace di risolvere le istanze di quanti, per diversi motivi, rimangono esclusi dal processo di produzione, scambio e consumo, che determina, in modo esclusivo il complesso delle relazioni sociali.

Nella nostra quotidiana percezione della realtà l'altro è diventato il nemico, il rivale di una corsa fatta senza esclusione di colpi. Indifferenza o addirittura ostilità regolano l'insieme dei rapporti sociali. L'omologazione imposta dalla moderna cultura fondata sull'utilitarismo nega di fatto quel diritto alla differenza, che è il vero criterio di libertà. Come ricorda Alain Caillè "la realizzazione dell'uguaglianza non passa tanto per la soppressione delle ineguaglianze quanto per la loro moltiplicazione". (10)

Coloro i quali non partecipano dell'implacabile congegno del sistema produzione-scambio-consumo sono esclusi dalla "festa" e, come gli untori manzoniani, vengono emarginati in quanto portatori della colpa più grave: quella di essere specchio di cattiva coscienza. I poveri, gli anziani, i malati sembrano dare vita al grido di Pasolini "Mai la diversità è stata una colpa come in questo periodo di tolleranza". (11)

L'ideologia liberale incarna oggi questa modernità. Vittorioso nella sfida epocale di questo secolo ed ultimo testimone della luce ormai fioca di quell'epoca dei Lumi, nella quale la Modernità prese forma, il liberalismo miscela utilità ed egoismo del singolo elevandoli ad etica sociale; come sottolinea Alain DE BENOIST "L'ipotesi liberale è quella di un individuo separato, esistente come un tutto complesso in sè, che cerca di massimizzare i propri vantaggi operando scelte libere, volontarie e razionali. L'uomo si definisce pertanto come un consumatore di utilità dai bisogni illimitati". (12)

Eppure in un universo contorto in cui la democrazia appare trasformata in astratto formalismo giuridico, si mantengono vive e si rinnovano solidarietà ed aspirazioni comunitarie. Ampi strati di quelle che i sociologi chiamano socialità primarie costruiscono un altro tessuto di legami diretti e di relazioni sociali non utilitariste. Nuove forme di aggregazione e di partecipazione sorgono al di sotto dei grandi apparati burocratici, sfuggono al loro controllo ed organizzano e promuovono culture eterogenee.

Risvegliare il senso profondo della solidarietà, costruire un diverso rapporto con l'altro da noi, alimentare l'antico bisogno di comunità: è questa la sfida da lanciare alla società liberale. Come il ribelle jungeriano, intraprendere ovunque la via del bosco, non come fuga ma come resistenza al deserto dell'individualismo: "è la risposta che può venire dalla libertà". (13)

BIBLIOGRAFIA
1) Konrad LORENZ, Il declino dell'uomo, 1983 (trad.it. 1984) pp.123-124
2) Irenaus EIBL-EIBESFALDT, L'uomo a rischio, (trad.it. 1992) p.10
3) Serge LATOUCHE, L'occidentalizzazione del mondo, (trad.it. 1992) p.33
4) Louis DUMONT, Saggi sull'Individualismo, (trad.it. 1993) pp.100-101
5) Max WEBER, L'etica protestante e lo spirito del Capitalismo, (trad.it. 1994) p.91
6) Bernard DE MANDEVILLE, La favole delle api, 1723 p.369
7) Adam SMITH, La ricchezza delle nazioni, p.17
8) Alain CAILLE', Critica alla ragione utilitaria, (trad.it. 1991) p.19
9) Carlo GAMBESCIA, Il declino della reciprocità. Riflessioni sull'economia politica del dono, in "Trasgressioni" n.12, pp.43-45
10) Alain CAILLE', op.cit., pp.113-114
11) Pierpaolo PASOLINI, Scritti corsari, 1990
12) Alain DE BENOIST, I comunitaristi americani, in "Trasgressioni" n.19, p.7
13) Ernst JUNGER, Il trattato del ribelle, (trad.it. 1991) p.108


CAPITOLO II
LA VIA PER UNO STATO SOCIALE

Lineamenti storico-politici della legislazione sociale in Italia.
Di fronte ai destini dell'umanità contemporanea il "paganesimo umanistico" di Goethe sembra riecheggiare quel titanico bisogno di mobilitazione sociale e ideologica del XX secolo, periodo che ha conosciuto e sperimentato forme di religioni laiche dai caratteri totalitari. Le ideologie che hanno permeato questi ultimi cento anni della nostra storia si proponevano di forgiare un tipo di umanità diversa da quella nata e pasciuta nell'alveo del cristianesimo e del comunismo. Il secolo scorso fu quello che gettò le basi per gli sconvolgimenti del '900.

Alla fine del XIX secolo la prepotente affermazione di un capitalismo selvaggio portò con sè i germi della sua messa in discussione: il fantasma marxista si aggirava in Europa ed esso altro non era che un'interpretazione speculare a quella liberista, in quanto entrambe basate su premesse esclusivamente economicistiche. In questo contesto si incuneò una Terza Via quella che fece della solidarietà e della conciliazione delle classi il principio etico dell'esistenza: la Rerum Novarum di Leone XIII con la quale si evocava la formazione di una nuova coscienza che andasse oltre l'individualismo sfrenato dei sistemi anglosassoni e oltre l'interpretazione marxista della contrapposizione inconciliabile delle classi ispirata a una mistica rivoluzionaria apportatrice del progresso definitivo dell'umanità. Una vera e propria religione, quest'ultima, di carattere laico che contendeva alla Chiesa l'immaginario collettivo della salvezza finale.
Il ribaltamento e la scomparsa degli antichi sistemi di produzione e di rapporti sociali, l'urbanizzazione incessante che portava a uno spopolamento delle campagne, l'emergere di una nuova entità politica ancora incosciente, la massa, furono tutti elementi che travolsero il tradizionalismo tetragono della Chiesa.
L'enciclica di Leone XIII cercò di correre ai ripari attraverso un'organizzazione capillare: le parrocchie, le associazioni caritative, i movimenti di azione cattolica furono tutte organizzazioni che permisero ai cattolici di agire nel "sociale". L'enciclica ribadiva la condanna del socialismo, ma indicava nella realizzazione della concordia delle classi il dovere di ogni buon cattolico lavoratore. Ma soprattutto emergeva necessità di adottare una vera e propria etica del lavoro, tanto che la laboriosità, il senso di abnegazione, la frugalità, il rispetto per le gerarchie divennero una sorta di comandamenti "temporali".

Dall'altra parte il dovere dell'imprenditore era quello di retribuire i dipendenti con la "giusta mercede", nel non considerare la loro fatica alla stregua di una merce da pagare a minor prezzo.
Da quel momento in poi il movimento associativo aumentò i suoi iscritti. La creazione di società operaie e artigiane ispirate ai principi cristiani venne incoraggiata e tutti i cattolici furono invitati a impegnarsi in questo terreno. Una concezione tradizionalista venata di nostalgie per una "infanzia" pre-industriale incontaminata dai rapporti dalle connotazioni romantiche sottendeva all'Enciclica leonina.
Tuttavia, una soluzione tecnica dettata dai tatticismi e machiavellismi esisteva già in Europa. Il suo fautore fu uno dei più grandi strateghi di politica interna e internazionale che l'ottocento abbia mai conosciuto: il Cancelliere tedesco Otto Von Bismarck.
Dopo aver costituito la Germania prussiana, dopo aver rivendicato il ruolo centrale della potenze teutonica in un'Europa dominata dalla Francia, dall'impero austro-ungarico e dalla Russia, Bismarck, da grande stratega qual era, costruì le basi di uno Stato sociale che avrebbe mantenuto la
sua esemplarità anche nel secolo successivo.

Già nel 1871, dopo aver sconfitto la Francia, affermava che: "L'azione dello Stato è l'unico mezzo per contrastare il movimento socialista. Dobbiamo mettere in pratica quello che nel programma socialista vi è di giusto e che può essere realizzato nell'attuale quadro istituzionale e sociale". L'anno successivo, in un'occasione che rimase famosa, dichiarò: "anch'io sono socialista ma non posso combattere su due fronti".
Ma si sa, Bismarck era tutt'altro che un socialista. Era un conservatore di vecchio stampo, che a fatica dialogava con i suoi stretti collaboratori. Apparteneva a quel conservatorismo riformatore molto in auge fra gli intellettuali tedeschi e per questo era stato definito "socialismo della cattedra", ove l'espressione socialismo indicava l'attribuzione allo Stato di ampi poteri di intervento nelle sfere dei rapporti economico-sociali in opposizione alle teorie liberiste. Il Cancelliere tedesco leggeva i segni segni dei tempi. E si era reso conto del grande potere di coesione che il socialismo esercitava sugli operai tedeschi. Per tale motivo tentò di integrare le masse lavoratrici nello Stato: "E' finito il tempo in cui i partiti e i gruppi politici si fondavano su principi e programmi. Nel futuro i partiti saranno costretti a occuparsi di questioni economiche. Gli elettori, accomunati dai medesimi interessi, collaboreranno tra loro e preferiranno essere rappresentati da persone come loro, invece di continuare a credere che i migliori oratori siano anche i più abili rappresentanti dei loro interessi". Per eludere la "tentazione socialista", fu proprio lui, il conservatore, a realizzare il programma più avanzato in termini di legislazione sociale tanto che il leader del partito progressista tedesco Richter esclamò infastidito: "ma quello non è un socialista, quello è un comunista!". La sua acrimonia era del tutto giustificata e anche comprensibile. Bismarck gli aveva "scippato" il lavoro. Il Kaiser aveva con il suo tempismo e opportunismo esautorato i socialisti di tutte le "sirene" programmatiche adottando un sistema previdenziale superiore a quello francese e inglese. Dal 1883 al 1889, infatti, egli fece approvare al Parlamento alcune importanti leggi sulla tutela delle classi lavoratrici che istituivano assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro, per le malattie e la vecchiaia facendone gravare il peso in parte sugli imprenditore, in parte sullo Stato e in parte sui lavoratori stessi. In un'epoca in cui le attività assistenziali erano di solito affidate all'iniziativa dei privati o alle istituzioni cattoliche, la legislazione sociale bismarckiana era davvero molto avanzata.

Il sistema previdenziale tedesco divenne primo al mondo, quello più all'avanguardia, tanto che la stessa Gran Bretagna dovette aspettare il primo decennio di questo secolo per ottenere qualcosa di vagamente simile: ma con quante battaglie parlamentari!
Insomma Bismarck fece di tutto affinchè i lavoratori tedeschi si sentissero più dipendenti dalloStato. Per tale motivo parlò di porre fine al sistema di voto individuale e di sostituirlo con le rappresentanze corporative basate sul sistema previdenziale. Quel sistema sarebbe poi stato ripresodagli esponenti fascisti del XX secolo.


L'ITALIA POST-UNITARIA

La conquista più importante dei governi della Destra Storica fu senz'altro il pareggio del bilancio dello Stato. Il raggiungimento di tale pareggio impedì che ci si impegnasse nei compiti assistenziali e previdenziali nei confronti dei ceti meno abbienti. La rete di istituzioni caritative private alleggerì il peso dell'assenza statale, un'assenza resa ancora più pesante dalla politica di austerità adottata e dall'incremento della pressione fiscale. Vennero, in questo periodo, iniziati i primi lavori pubblici come la costruzione di una rete stradale, di porti e la fondazione dei primi servizi postali e della rete ferroviaria.

Un ruolo di rilievo aveva ancora Giuseppe Mazzini. Prima della sua morte (1872) si fece fautore delle associazioni di "classi operaie". Sollecitò la politicizzazione in senso democratico della società di mutuo soccorso, delineando un programma incentrato sull'allargamento delle istituzioni democratiche, sul suffragio universale e sul completamento dell'unità. L'"Atto di Fratellanza" prima e il "Patto di Fratellanza" poi furono le piattaforme comuni attraverso le quali avviò il concentramento su scala nazionale delle associazioni mutualistiche controllate dai democratici. Con la sua morte, tuttavia, il mazzinianesimo lasciò il posto ai partiti protosocialisti.
Nel 1876 la Destra storica concluse il suo operato con la sconfitta alle elezioni. La Sinistra andò al governo con la promessa di incamminarsi sulla strada del liberismo in base a un'impostazione dei gruppi fedeli ai principi di un capitalismo concorrenziale e contrari alle interferenze statali.

Tuttavia con il passare del tempo prese sempre più piede l'esigenza di un intervento statale. Con il governo Crispi venne riconosciuto il diritto di sciopero, mentre il codice sanitario del 1888 dava una sistemazione organica alla sanità pubblica rafforzando l'accentramento di quel settore e subordinando gli organi periferici all'esecutivo. Già con la legge del 20-11-1859 venivano istituiti i consigli sanitari con funzioni meramente consultive, mentre con la legge del 1888 e con quella del 1890 sulle opere pie si istituirono il Consiglio Superiore di Sanità, il medico provinciale e l'ufficio sanitario comunale. Mentre gli ospedali vennero aperti alle sperimentazioni mediche. Con la Legge del 31 maggio 1903 il governo intervenne a favore della costruzione di case popolari con esenzioni fiscali, credito speciale e altre agevolazioni concesse a cooperative. Nel 1905 venne nazionalizzata la rete ferroviaria.

La crescita della città faceva nascere dei problemi di organizzazione e adeguamento dei servizi pubblici: le fognature, la luce elettriche, il gas, la distribuzione dell'acqua, la raccolta della spazzatura. Alla fine dell'800 sorse la convinzione che la maniera per ottenere una più equa distribuzione dei servizi sociali di pubblica utilità fosse quella gestita dalle autorità comunali. Difatti, il governo con la legge 103 del 29-3-1903 dette sistemazione giuridica alle società municipalizzate, le quali diffusero servizi tranviari, distribuzione del gas, acqua, elettricità, raccolta dell'immondizia, ecc. ecc. A Bologna nel 1900 si municipalizzò il gas e la rete degli acquedotti e durante la gestione socialista venne costruito un ente che gestiva una rete di una ventina di negozi alimentari, ristoranti, bar, un forno e bagni pubblici.

Così, già prima dell'avvento del fascismo i politici che governarono l'Italia si resero conto della necessità di uno Stato sociale come tentativo di costruire un'unità tra gli italiani per troppi secoli vissuti in differenti Stati ed erano, quindi, privi di un'identità comune.
Non ci riuscirono molto. In circa cinquant'anni di politica sociale post-unitaria le conquiste furono assai scarse sia a causa dell'inettitudine dei rappresentanti di governo, sia per l'incapacità di interpretare i reali bisogni delle masse emergenti, sia per la inveterata attitudine alle corruttele economiche e al malcostume politico.

La legislazione sociale in Italia fu lenta, come, del resto, fu lento il processo di industrializzazione. Tuttavia l'Italia si trovava in buona compagnia perchè soltanto la Germania si era dotata di un sistema di sicurezza sociale, mentre poco o nulla esisteva in Francia e in Inghilterra, ove pur esistevano i partiti a difesa dei lavoratori.
Si possono elencare le leggi più significative a tutela degli operai:

Legge 21-12-1873: contro l'impiego di fanciulli nelle professioni ambulanti.
Legge 8-7-1883: istituiva la Cassa Nazionale delle Assicurazioni contro gli infortuni su base volontaria.
Legge 11-2-1886: disciplinava il lavoro dei fanciulli portando l'età minima a 9 anni e vietandone l'impiego in lavori insalubri e pericolosi fino a 15 anni.
Legge 15-6-1893: istituiva i probiviri per l'industria.
Legge 17-7-1898: rendeva obbligatoria l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro per alcune categorie di lavoratori.
Legge 19-6-1902 (con successive modifiche nel 1907): elevava a 12 anni l'età minima di assicurazione dei fanciulli, e quindi proibiva il lavoro notturno alle donne e limitava le giornate lavorative a 12 ore (11 ore per i ragazzi tra i 12 e i 15 anni).
Legge 17-7-1910: istituiva la Cassa Nazionale di Maternità Obbligatoria.

La questione previdenziale fu oggetto del programma di governo presentato da Giolitti nel suo IV ministero, il 6-4-1911. Si trattava dell'introduzione del monopolio statale della assicurazione sulla vita che veniva associato al potenziamento delle pensioni operaie.
Tuttavia, all'alba della I guerra mondiale restavano delle vaste carenze nell'ordinamento previdenziale, principalmente nell'assicurazione pensionistica estesa soltanto su base volontaria. La legislazione sociale in Italia, già di per sè a carattere fortemente episodico e distratto, venne temporaneamente congelata con lo scoppio della deflagrazione mondiale.


L'ITALIA FASCISTA

La legislazione sociale fascista divenne una conseguenza naturale della Terza Via che esso tentò di costruire. Fu in qualche misura il fascismo che attualizzò il messaggio cattolico di conciliazione delle classi, stemperando le differenze sociali, economiche e culturali attraverso un processo di socializzazione delle masse in precisi ambiti generazionali, professionali, corporativi, pedagogici ed educativi: una nazionalizzazione degli italiani per la riscoperta della propria identità comunitaria. La celebrazione dello Stato come religione civile, tanto sognato dal Mazzini e miseramente fallito nei grigiori dell'Italia giolittiana, si riscattava in un impeto di grandezza nazionale, in cui la retorica della Patria assumeva tutti i connotati di identità dai destini superiori, una Patria che veniva costruita con i sacrifici di tutti: dal più grande al più piccino e favoriva un processo di assimilazione in un'entità superiore e onnicomprensiva. La Terza Via non era soltanto un'ulteriore proposta di soluzione alle questioni economiche, ma diventava una dimensione dello spirito umano. Mussolini tentò di edificare uno Stato totalitario. Ma la coesistenza della Monarchia e i Patti Lateranensi stemperarono il carattere assolutistico della dittatura fascista. Tuttavia gli strumenti di propaganda, di socializzazione e di nazionalizzazione delle masse adottati da Mussolini, furono degni della "migliore" macchina totalitaria moderna.

La legislazione sociale attuata durante il fascismo copriva tutti gli aspetti della vita degli italiani e venne messa in opera come strumento di fascistizzazione della società.

Politica sanitaria:
Venne istituita un'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi (1927). L'Assistenza contro le malattie organizzata con l'INAM ristrutturò e riunificò tutte le svariate mutue esistenti. Vennero costruite delle nuove strutture ospedaliere come le Mulinette di Torino (1935), il Gamblini di Genova (1938), il Niguarda dell'Ospedale Maggiore di Milano (1939).

Nel 1934 vennero istituiti gli assegni familiari sul modello dell'esperienza belga e francese. Si trattava di un'integrazione salariale per il lavoratore che doveva mantenere moglie e figli. Dapprima era riservata soltanto agli operai, successivamente venne estesa agli impiegati e ai dipendenti del settore agricolo. Altre integrazioni salariali furono stanziate per i familiari dei richiamati alle armi (1936-1940) e per gli operai dell'industria i cui ritmi di occupazione scesero con la guerra sotto le 40 ore settimanali. La Cassa Nazionale Assicurazioni Sociali venne rifondata nel 1943 e trasformata in un ente di diritto pubblico: Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale, unificando le gestione della Cassa Nazionale di Maternità, di quella per la disoccupazione e di quella contro la tubercolosi. Vennero introdotti miglioramenti nelle prestazioni assicurative alle puerpure perchè venne creata l'ONMI, l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia per la fornitura di servizi assistenziali, sanitari ed educativi all'infanzia. Il Comitato italiano nazionale olimpico (CONI) venne fondato nel 1927 allo scopo di migliorare le attività sportive fino ad allora affidate all'iniziativa privata.

L'Opera Nazionale Dopolavoro:
Per compensare i lavoratori di una parte, almeno, delle riduzioni salariali subite si creò una serie di servizi sociali che offrirono la possibilità di godere di attività ricreative, sportive, culturali, sanitarie, individuali e collettive fino ad allora sconosciute in Italia. Un gran numero di ragazzi riuscì ad approfittare della vastissima organizzazione di colonie e di campeggi estivi messi in atto dal regime e via via perfezionate.
Nel 1925 OND divenne l'organizzazione di massa più importante del regime. Nel 1926 contava 280 mila iscritti, dopo dieci anni 2.780.000, alla vigilia della II guerra mondiale 5.000.000 in 24 mila sodalizi statali, aziendali, rurali, comunali e rionali. Contava, tra l'altro, 1227 teatri, 771 sale cinematografiche, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 994 scuole corali, 6427 biblioteche, 10332 associazioni professionali e culturali, 11159 sezioni sportive "dopolavoristiche", 1704 sezioni sportive agonistiche. Attraverso questa vastissima e capillare rete organizzativa (rispetto alla quale qualsiasi confronto con le organizzazioni pre-fasciste è praticamente impossibile e che non aveva nulla di simile in nessun altro Paese capitalistico) era possibile costruire uno dei mezzi più potenti per legare le masse a sè soddisfacendo alcuni loro bisogni economici e sociali, e dando loro la sensazione di godere di una condizione nuova conferendo ai giovani un'educazione politica e pre-militare.

La crisi del '29:
La politica sociale fascista durante la crisi economica del '29 si attuò in due direttrici fondamentali, nello sviluppo dei lavori pubblici come strumento per rilanciare la produzione ed attutire le tensioni sociali: intervento diretto o indiretto dello Stato a sostegno dei settori in crisi. Nel 1933-34 furono realizzati nuovi tronchi ferroviari, nuovi edifici pubblici e nuove strade. Fu varato il risanamento del centro storico della Capitale. Ma fu soprattutto avviato un gigantesco programma di bonifica integrale che avrebbe dovuto portare al recupero e alla valorizzazione delle terre incolte o mal coltivate. Fu portato avanti e realizzato il progetto della bonifica dell'Agro Pontino (1931-34), un vasto territorio paludoso e malarico a sud di Roma. Furono recuperati alle colture circa 60.000 ettari. Furono creati nuovi poderi dove vennero insediati contadini provenienti dalle zone depresse del Centro-Nord. Vennero costruiti nuovi villaggi rurali e vere e proprie città nuove, Sabaudia e Littoria, l'odierna Latina.

Carta del Lavoro:
Negli anni 1925-27 l'Italia mutò radicalmente il suo volto politico. Furono eliminate le ultime vestigia del Paese liberale e il fascismo cominciò a mostrare la sua volontà e la sua tendenza a rendere il proprio potere superiore rispetto alle forze sociali, politiche ed economiche che lo avevano favorito nel raggiungimento del potere.
Questa tendenza divenne chiara al momento della elaborazione della Carta del Lavoro, un documento che tentò di conciliare gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori, ma al contrario scontentò sia gli uni che gli altri.
Tuttavia fu soprattutto la Confindustria a opporsi ad alcuni punti della Carta che, di fatto, penalizzavano la libertà di azione dell'imprenditore a tutto vantaggio dei lavoratori e favorivano la formazione dei sindacati fascisti aumentandone capacità di contrattazione.
La Carta del Lavoro partiva dalle necessità di soddisfare soprattutto le esigenze degli operai vessati dalla crisi legata alla rivalutazione della lira che infatti causò gravi problemi e turbamenti in seno alla classe operaia, (aumento della disoccupazione e diminuzione delle retribuzioni). Si può, quindi, comprendere la ragione per cui si giunse alla redazione di un documento di carattere sindacale. Si cercò, in sostanza, di alleviare il peso della congiuntura economica negativa, attraverso dei vantaggi normativi ed assistenziali, con la speranza di futuri miglioramenti.
Il principio costitutivo della Carta del Lavoro era che l'economia non poteva essere il fine delle attività nazionali, ma doveva diventare lo strumento di potenza attraverso cui la Nazione attingeva al massimo la propria forza e grandezza.
Non solo, ma con la CdL si cementava un'alleanza e una fratellanza nazionali e veniva riconosciuta la parità di diritto fra le classi nei reciproci rapporti, venivano subordinati i diritti dei singoli e delle facoltà delle categorie organizzate al principio di sovranità nazionale, si faceva atto di sottomissione comune all'idea di Stato. Imprenditori e lavoratori erano tra loro collaboratori e l'azienda non era esclusiva proprietà dell'imprenditore, ma anche degli operai che vi lavoravano.
Il 21 Aprile 1927 Bottai, sottosegretario alle Corporazioni presentò la Carta del Lavoro, elaborata e redatta da Costamagna. Era costituita da 30 paragrafi e al di là delle enunciazioni di principio, istituiva:un contratto collettivo di lavoro, il riposo settimanale in coincidenza delle domeniche, riconosceva il diritto di godere delle feste civili e religiose, riconosceva le ferie pagate, l'indennità in caso di licenziamento (la liquidazione), fissava i minimi salariali affinchè un lavoratore licenziato non venisse riassunto a un prezzo inferiore; istituiva delle indennità anche in caso di morte. Vennero vietati gli scioperi e le serrate, proibita la costituzione di sindacati autonomi, demandò la risoluzione delle controversie del lavoro alla Corte di appello con funzione di Magistratura del Lavoro.
Istituiva degli uffici di collocamento della manodopera per gli iscritti ai sindacati fascisti. Così le otto ore, le ferie pagate, le indennità furono estese anche alle altre categorie che ancora non beneficiavano di tutte queste garanzie. Infatti la Carta del Lavoro riguardava anche gli intellettuali, i professionisti e gli artisti.
La Repubblica Sociale, fondata nel settembre 1943 mancava di ogni struttura organizzativa perchè tutte le istituzioni del fascismo vennero abrogate con un decreto del governo Badoglio. Il nuovo regime era repubblicano, si dichiarava socialista e rivoluzionario. Per tale motivo si cercò di attuare, e in alcuni casi vi riuscì nonostante le resistenze degli industriali, la socializzazione delle imprese, ovvero la partecipazione dei lavoratori agli utili dell'impresa.

L'ITALIA REPUBBLICANA


Benchè il primo articolo della Costituzione dichiari che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, in realtà i primi governi della rinata Nazione non fecero nulla per diminuire la disoccupazione che attanagliava l'Italia. I problemi erano tanti, la ricostruzione economica imponeva dei fortissimi tagli anche allo Stato assistenziale e coloro che ne risentirono maggiormente furono i lavoratori e le classi meno abbienti. La ricostruzione si attuò nel segno dell'ortodossia finanziaria senza nessuna concessione alla politiche keynesiane che avrebbero quanto meno potuto temperare la severità delle misure economiche intraprese.

Nel 1947 venne istituito il Fondo di Solidarietà sociale per i pensionati, delle altre leggi a favore di patronati, enti di assistenza, centri di addestramento professionale, fondi di adeguamento dei salari e dei provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e, infine INA-Casa (legge Fanfani 1949), per l'edilizia popolare. Nel 1950 fu realizzata la tanta agognata riforma agraria, che fissava le norme di esproprio e il frazionamento di una parte delle grandi proprietà terriere. Questa legge dava un duro colpo ai grandi proprietari assenteisti e andava incontro alle attese delle masse rurali del centro-sud protagoniste di alcune lotte per la terra. Lo scopo era quello di incrementare la piccola impresa agricola.

Le leggi furono le seguenti: provvedimenti straordinari per la colonizzazione dell'altopiano della Sila e di territori jonici, 12-5-1950; norme per l'espropriazione, la bonifica, la trasformazione e l'assegnazione dei terreni ai contadini.
Sempre nel 1950 venne varata un'altra legge, quella che istituiva la Cassa per il Mezzogiorno, un ente che aveva lo scopo di provvedere alla sviluppo economico delle regioni meridionali attraverso il finanziamento statale per le infrastrutture (strade, acquedotti, centrali elettriche) e il credito agevolato alle industrie localizzate nelle aree depresse. 1500 miliardi furono investiti nei primi dieci anni e i finanziamenti si protrassero per oltre trent'anni. Nel 1983 venne sciolta.
Parallelamente alla Cassa per il Mezzogiorno, venne istituito nel 1950 il Ministero per le Partecipazioni Statali per indicare il rilievo assunto dagli enti a partecipazione statale e per intervenire più massicciamente nell'economia.

Nel 1962 con i governi di centro-sinistra venne attuata la nazionalizzazione dell'industria elettrica con la creazione dell'Ente Nazionale Energia Elettrica, nel gennaio 1963 fu approvata una legge di riforma che istituiva la scuola media unica abolendo gli istituti di avviamento professionale.
Il decennio caldo 1969-78 fu il vero protagonista delle battaglie nelle rivendicazioni sociali. Un periodo contrassegnato da forti manifestazioni per l'ottenimento di nuovi servizi sociali, di miglioramenti delle condizioni di lavoro, di nuove relazioni industriale in cui il lavoratore fosse maggiormente garantito nei confronti del datore di lavoro. Nel maggio 1970 venne approvato il nuovo Statuto dei Lavoratori, il sistema di sicurezza sociale fu sostanzialmente migliorato, aumentando le pensioni (1969), migliorando il trattamento di tutela della disoccupazione e della maternità (1968-72) arrivando all'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1974 venne approvata la legge sul divorzio e nel 1975 vennero approvate due leggi sulla riforma del diritto di famiglia che sanciva la parità giuridica fra i coniugi e l'abbassamento della maggiore età da 21 a 18 anni. Nel giugno 1978, dopo un lungo dibattito politico che vide la DC e il MSI contrapposti ai partiti laici e di sinistra, il Parlamento approvò la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza che, lungi dall'essere perfetta, suscita tutt'oggi perplessità e polemiche negli ambienti laici e progressisti. Nel 1975 fu varata la legge sulla Cassa integrazione che concedeva agli operai l'80% della retribuzione per un periodo di tre mesi. Nel 1978 la riforma sanitaria sancirà la gratuità delle cure per tutti e riordinava la medicina pubblica affidandone la gestione ad appositi organismi (Unità Sanitaria Locale).

In tal modo dal 1975 al 1980 la spesa sociale passò da 33.829 miliardi a 91.179 miliardi. Negli anni '80 la crisi internazionale dal welfare state si riverbera anche sull'Italia; il deficit di bilancio e l'andamento dell'economia pongono il problema del contenimento della spesa sociale: previdenza e sanità sono indicati come i settori dove è necessario procedere con maggiore urgenza alle riforme per eliminare sprechi, razionalizzare e controllare la spesa, rendere più equo ed efficiente il sistema. Di tali riforme si continua a parlare, si elaborano progetti che restano fermi in Parlamento: siamo entrati, in questo modo, in una situazione di stallo che arriva fino ai giorni nostri, al punto che solo gravi problemi di emergenza riescono a determinare, seppure in maniera confusionaria e non organica, l'intervento del governo. Dal 1991 è in vigore la Legge Quadro 266/91.

BIBLIOGRAFIA GENERALE
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ZAMAGNI IDA, Dalla periferia al centro. Bologna, Il Mulino 1990.


CAPITOLO III
IL VOLONTARIATO: CAVALLERIA ERRANTE DELLE SOCIETA' DEMOCRATICHE

Secondo una recente ricerca LABOS quasi tutti i paesi della Comunità Europea denunciano il persistere o il riemergere della povertà economica, sia come fenomeno residuale, sia come fatto nuovo ed inaspettato, esito di una logica di sviluppo che appare comune alle politiche economiche di tutti i paesi in questione. La caratteristica principale di questa "nuova povertà" consiste nel fatto che essa è strutturalmente connessa al sistema del welfare; in altre parole, stando alle analisi più documentate, non si tratta di una situazione congiunturale, frutto di un momento di recessione, ma di una tendenzialità strutturale del sistema welfare.

A questo aumento della povertà economica si aggiungono come corollari una persistente crisi occupazionale (che investe, sia pure in modo diverso, quasi tutti i paesi comunitari), il progressivo invecchiamento della popolazione (che già pone enormi problemi alle politiche di protezione degli anziani) ed infine l'immigrazione da Paesi extra-comunitari. Alcuni Paesi, tra quelli analizzati dalla ricerca LABOS, individuano come problema in espansione la crisi istituzionale della famiglia nucleare, che sembra poter svolgere un'ulteriore azione disgregante sulle società a sviluppo avanzato.

La percezione di una crisi profonda del sistema del welfare emerge anche dalle analisi di uno studioso tra i più interessanti del panorama culturale italiano, Piero BARCELLONA, che ha sviluppato, nel suo recente saggio Dallo Stato sociale allo Stato immaginario, una serie di riflessioni attorno alla crisi del liberalismo e del sistema economico ad esso legato. La ricerca di questo studioso, attento soprattutto ai problemi legati alla dissoluzione dei rapporti sociali nella società contemporanea, parte da una decostruzione del sistema di organizzazione sociale fondato sul dogma economico-funzionalista: secondo questa prospettiva l'insieme delle relazioni tra gli uomini appare oggi dominato da una logica utilitarista, che non lascia spazio a nessun valore che non sia
immediatamente "quantificabile".

Le riflessioni di Barcellona si inseriscono indubbiamente all'interno di un ricchissimo filone culturale che si interroga, sin dagli inizi del secolo, sulla esperienza della modernità. Nella definizione di George SIMMEL la modernità è crisi permanente, non solo e non tanto perchè si radica in processi che sconvolgono tutti gli ordini sociali tradizionali, ma perchè il mutamento in se stesso è il suo principio. La modernità è l'epoca in cui il mutamento si fa norma, è l'epoca che
"tende a fuggire ogni norma".

La fine del vecchio mondo e delle illusioni sulla capacità della tecnica di risolvere i problemi dell'uomo hanno lasciato il campo a quello che Konrad LORENZ chiama il pensiero tecnomorfo, la cui caratteristica è l'applicazione all'ambito del vivente dei metodi teorici e pratici che hanno dato buoni risultati nella loro applicazione all'ambito dello studio della materia inorganica. Non solo gli uomini pretendono di ricavare leggi e indicazioni sulla vita comune, gli affetti, gli ideali e i valori, traendo questi dalle leggi della fisica, ma vivono oggi circondati da una tecnologia sempre più sofisticata, con la quale hanno un rapporto esclusivamente utilitaristico.

Questa tendenza si sposta oggi dalla relazione con gli oggetti e le macchine a quella con le persone, con conseguenze devastanti sul piano sociale: tra le massime del pensiero tecnomorfo rientra anche quella secondo cui ogni metodo di sfruttamento è legittimo, se produce un utile.
In stretto rapporto con questi fenomeni appare quello dell'allentamento dei contatti intersoggettivi il contatto intersoggettivo, la simpatia, l'amore per il prossimo si riduce in modo preoccupante laddove gli uomini vivono a stretto contatto tra di loro, nelle metropoli. La massima del "non lasciarsi coinvolgere" (not to get involved come si dice negli USA) è indubbiamente il modello comportamentale dominante nelle grandi città occidentali.

Numerosi e di diversa provenienza sono gli studi dedicati al nascere della città cosmopolita, la cui apparizione secondo Oswald SPLENGER corrisponde allo stadio della "pietrificazione" delle culture: secondo lo studioso tedesco queste città gigantesche uccidono ogni rapporto con il territorio, ogni rapporto di identità; l'avvento della megalopoli distrugge l'idea stessa di socialità, così come fino ad oggi ce la siamo rappresentata. In questo stesso ambito Vincent DESCOMBES ha evidenziato l'importanza del fenomeno della deterritorializzazione: nelle grandi metropoli occidentali assistiamo a un gigantesco processo di sradicamento, per il quale i gruppi umani sono strappati ai luoghi geografici delle loro origini (grandi migrazioni, deportazioni, spostamenti, conquiste e sottomissioni); ma soprattutto sono strappati ai luoghi psichici della loro identità. Non solo perchè vengono proiettati lontano dal loro luogo di nascita, ma perchè vengono sottoposti al dominio di un codice culturale astratto e omologato, quello del denaro (dello scambio, dell'utile) che azzera differenze linguistiche, tradizionali, mitologiche, antropologiche sulle quali si fondano le identità.

Gli effetti di questa deterritorializzazione sono catastrofici e vanno dalla affermazione di un tipo umano cinico, individualista, refrattario ad ogni sacrificio, ma allo stesso tempo fragile e insicuro, alla creazione di un ideale utopico panmixista, privo di qualunque senso di appartenenza, fino all'esplosione di ondate di xenofobia aggressiva, più o meno ideologizzate.

Già nel 1903 George Simmel nel dare una rappresentazione del modello sociale delle metropoli europee e precorrendo le intuizioni di Lorenz, notava lo sviluppo di un atteggiamento strumentale e calcolistico tanto nei confronti delle relazioni fra le persone quanto nei confronti della vita in generale. Simmel spingeva la sua analisi molto a fondo fino ad individuare quell'atteggiamento di indifferenza e insensibilità (di cui parla anche Lorenz) come il prodotto emblematico, proprio delle forme di pensiero strumentale e calcolistico. "La generalizzazione del calcolo razionale, la sua progressiva espansione - scrive d'altro canto Barcellona - segnano il percorso della civiltà moderna all'insegna del progresso tecnico ben oltre i limiti originariamente segnati dall'applicazione della tecnica al processo economico e fino a comprendere ogni filo delle relazioni umane".

Di fronte alla crisi strutturale del welfare state (di cui abbiamo cercato di indicare alcune manifestazioni) e alla parallela offensiva neo-liberista, sono evidenti le difficoltà di una parte della sinistra nell'elaborare una strategia politico-programmatica che vada oltre il riformismo minimalista (riformismo che costituisce parte integrante del suo patrimonio politico-culturale) e allo stesso di rispondere significativamente all'emergere sulla scena politica di nuovi bisogni post-materialistici. Chi più di una associazione radicata nel tessuto sociale, può farsi oggi interprete di tali bisogni? Allo stesso modo inadeguata a rispondere alle esigenze in questione appare l'ideologia liberale, incapace di fuoriuscire da una prospettiva globalmente individualista e utilitaristica. In questo senso la solidarietà, nell'universo di valori della società liberale in cui tutte le scelte sono possibili finquando non interferiscono con l'altrui libertà, finisce per rappresentare null'altro che l'esplicazione di una personale e privatistica sensibilità verso determinate situazioni di disagio, un atto di libertà che, seppure nobile, non ha un valore diverso da quello di chi fa collezione di francobolli o frequenta assiduamente il circolo del tennis.

L'insieme dei problemi che investe oggi la società occidentale del benessere (ai quali abbiamo solo sommariamente accennato) è funzionale, nel contesto del nostro discorso, innanzitutto ad una corretta impostazione del problema che ci interessa e che possiamo sintetizzare in questo modo. Le società a sviluppo avanzato si dimostrano incapaci oggi di risolvere il problema della perdita di un forte legame sociale tra i cittadini, senza il quale ogni progetto di solidarietà o di cittadinanza attiva (tanto per usare alcune della parole più di moda tra gli esperti del settore) rimarrà circoscritto a vuote formule giuridiche o a ristrette fasce di popolazione sensibili a determinate tematiche. Con il che, il volontariato e la solidarietà sociale lungi dal diventare un elemento costitutivo dell'agire sociale, si limiteranno a diventare risposte, pur nobilissime, alla esigenze esistenziali di pochi.

E' di estrema importanza saper riconoscere il filo rosso delle troppe disfunzioni che affliggono i Paesi industrializzati come il nostro.
Ipertrofia della megalopoli, con i suoi tragici effetti sul territorio e sulla personalità degli uomini: distruzione ambientale, degrado urbanistico, emarginazione, droga. Ipertrofia dell'economia, con le sue fluttazioni cartamonetacee, in grado di ipotecare il destino di milioni di persone. Ipertrofia della tecnica, con il suo corollario di distruzione della specifica libertà ed autenticità dell'esperienza umana.

Effetti perversi - tutti - dell'ipertrofia del principio dell'utilità (regalino poco simpatico della tradizione liberale di marca anglosassone); ipertrofia non ancora compensata, non ancora neutralizzata da una nuova socialità comunitaria in grado di fornire risposte alternative, di solidarietà concreta verso i più deboli e di identità culturale, come luogo su cui fondare il senso della propria esistenza.
Si comprende così la necessità di fondare un grande progetto politico e culturale, fondato su una radicale critica della modernità, quale quella a cui rimandano i capitoli precedenti. Tale critica ha infatti il merito di rivelarci - schmittianamente - il "nemico principale" contro cui combattere la nostra battaglia: l'etica utilitaristica, su cui la società attuale fonda la sua dinamica, i suoi miti e le sue strutture.

Una simile prospettiva, però, ha anche la capacità di mettere in rilievo - per contrasto - la qualità del tipo umano che deve assumere su di sè la responsabilità di tale battaglia. E' chiaro, infatti, che se il fulcro della nostra critica alla modernità è di natura etica, esistenziale, e mette sotto accusa un tipo di uomo e il suo modo di agire, prima ancora che una struttura di potere, la possibilità di incidere sulla realtà sociale passa attraverso la nostra capacità di incarnare concretamente, nelle azioni quotidiane, una concezione della vita e del mondo antitetica a quella dominante; una concezione, le cui parole chiave sono solidarietà, azione disinteressata, coraggio di "sporcarsi le mani": ripulendo, semplicemente, un parco o portando aiuti ad un popolo martoriato dalla guerra...
E così, consapevoli, come Gaber, del fatto che "se potessimo mangiare un'idea avremmo fatto la nostra rivoluzione", vogliamo lanciare un'immagine e una sfida per i prossimi anni. Ciò che vogliamo opporre all'egoismo e all'utilitarismo imperanti è, nè più nè meno, una nuova cavalleria nel significato più alto, ed estremamente pratico, di schiera di uomini che si battono disinteressatamente in difesa dei deboli e per l'affermazione di un codice di comportamento
estraneo e superiore a qualsivoglia logica di mercato e di sfruttamento.
Quale definizione migliore di questa potremmo dare del volontariato?


CAPITOLO IV
ALLA SCOPERTA DI UN NUOVO MONDO: ASPIRAZIONI E VALORI DEL VOLONTARIATO IN ITALIA

In Italia, a partire dalla seconda metà degli anni '70, si è andata manifestando un'ampia e differenziata serie di iniziative ed attività solidaristiche, per molti aspetti difficilmente collocabili entro forme dell'associazionismo tradizionale di natura politica, sindacale, culturale o religiosa. Il fenomeno del Volontariato nasce quindi superando per ampiezza di contenuti e per significato sociale le due matrici originarie del solidarismo; quella del Cattolicesimo che sovente declina il proprio agire come semplice beneficenza e quella di stampo socialista e laico che si riduce a solidarietà di classe circoscritta ad un ambito programmaticamente ristretto. Ciò comporta, ovviamente, una pluralità di codici e di espressività, di obbiettivi e di esigenze che ha contribuito a connotare il fenomeno "volontariato" nel senso dell'indeterminatezza e dell'ambiguità, mettendo a dura prova i sociologhi che, soprattutto in quest'ultimo decennio, si sono impegnati nell'analizzarlo e circoscriverlo. Potremmo dire, cercando di definire un universo ricco di sfaccettature con significati e attori molteplici e differenziati, che uno degli elementi centrali e costitutivi dell'originalità dell'attività del volontariato è in quella che viene definita doppia presenza. Da un lato, infatti, il fenomeno si presenta come prestazione di lavoro, sia pure gratuito, come centro erogatore di servizi, come tentativo di risposte ad urgenze assolutamente concrete, dall'altro come manifestazione di relazionalità, come agenzia produttiva di senso, come espressione di bisogni simbolici di partecipazione, autorealizzazione, identità.

Prima di analizzare in maniera più dettagliata che cosa lo sviluppo del volontariato rappresenti e quali prospettive apra al senso della partecipazione e della integrazione delle differenze, tanto per gli operatori che per gli utenti, ma soprattutto per l'intera comunità, riteniamo opportuno soffermarci sulla delineazione di un breve e necessariamente sommario quadro sull'organizzazione, la diffusione che le associazioni di volontariato hanno nel nostro paese.

IL MONDO DELLE ASSOCIAZIONI IN ITALIA
La nostra breve ricognizione nel mondo delle associazioni di volontariato in Italia si baserà sui dati raccolti nell'ambito del progetto "La società dei diritti" effettuato dal CNEL.
I dati più interessanti sono quelli che riguardano l'aspetto qualitativo dell'associazionismo in Italia. A tale riguardo l'elemento di maggior rilievo appare il carattere altamente strutturato e duraturo del volontariato italiano. Più della metà delle associazioni prese in esame dalla ricerca del CNEL, infatti, sono state fondate nel decennio tra il 1980 e il 1990, mentre il 25% risultano costituite prima del 1980. L'età media dell'intero campione risulta dunque piuttosto elevata, intorno ai 16 anni di attività, con il picco più alto tra le associazioni palermitane e quello più basso tra quelle di Reggio Calabria.

Un altro elemento qualitativamente rilevante riguarda il grado di formalizzazione interna delle associazioni: più di tre quarti delle organizzazioni prese in esame adotta un sistema formalizzato per l'adesione, quali la totalità è dotata di uno Statuto e il 76% prevede procedure di elezione dei propri organi dirigenti. Questo alto grado di formalizzazione risulta più elevato nelle città del centro e del nord (Roma, Milano, Padova), mentre è più basso nel sud (Napoli, Palermo, Reggio Calabria).

Altro aspetto interessante del mondo del volontariato in Italia è quello dei rapporti tra le varie associazioni e l'Amministrazione Pubblica. Numerose indagini dimostrano l'esistenza di un reciproco rapporto input/output tra il volontariato ed il settore pubblico: il primo consapevole del proprio ruolo sociale e perciò leggittimato a domandare un riconoscimento formale, istituzionale o economico; il secondo interessato a mantenere forme di collaborazione e di supporto, onde poter condividere, almeno in parte, l'efficacia degli interventi. Le informazioni disponibili rivelano una situazione in cui più della metà delle associazioni intrattiene rapporti stabili con la Pubblica Amministrazione, un terzo dichiara di accedere ai livelli istituzionali solo occasionalmente e solo il 10% non ha alcun genere di rapporti con il settore pubblico.

Le modalità di relazione con il mondo istituzionale risultano connotate da un'esigenza di critica e di confronto politico che tuttavia non esclude una domanda di collaborazione esprimibile come richiesta di finanziamenti, come disponibilità e agibilità di spazi e attrezzature e come fornitura di supporti per la gestione o per consulenze specialistiche.

La realtà del volontariato, in Italia, mostra inoltre una forte propensione alla collaborazione tra le varie associazioni e al coordinamento delle attività. Oltre il 65% delle associazioni aderisce ad organismi di livello nazionale e il 10% partecipa a forme di coordinamento regionale. Tali percentuali tendono ad aumentare nelle città di Roma, Milano e Padova, mentre a Napoli si registra il più alto grado di localizzazione dell'intervento. Le motivazioni che spingono al coordinamento delle attività risultano essere sostanzialmente due: la prima consistente nell'aumentare la capacità di pressione sugli organi della Pubblica Amministrazione, la seconda riguardante un'esigenza di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui temi intorno ai quali si muove l'associazione.

Un'altra componente essenziale per comprendere le linee generali attraverso le quali si struttura il fenomeno del volontariato in Italia è quella riguardante le finalità e il ruolo che le stesse associazioni attribuiscono al proprio agire del contesto sociale. Al primo posto tra gli scopi perseguiti troviamo l'esigenza di denunciare le inadempienze dello Stato. Seguono, nell'ordine, l'onere di organizzare e sperimentare nuove forme di autoorganizzazione della società civile, la funzione di tutela delle categorie svantaggiate, l'erogazione di servizi utili socialmente. Risulta del tutto chiaro, quindi, come la percezione della funzione sociale e politica del volontariato sia considerata, da un lato, come concretizzazione di una funzione reale, cioè come erogazione di un servizio, dall'altro come funzione critica degli aspetti istituzionali dello Stato e del modo in cui lo stato interviene sui problemi sociali. Il volontariato diviene una sorta di terra di confine nella quale funzione di servizio e funzione politica tendono a compenetrarsi e a produrre un'azione sociale nuova, non pienamente caratterizzata nell'uno o nell'altro senso. Il carattere distintivo di tale azione non è quindi, la mediazione tra la sfera politica e quella sociale, ma piuttosto la ricerca di una relazione attraverso forme di rappresentanza diverse da qulla sociale, ma piuttosto la ricerca di una relazione attraverso forme di rappresentanza diverse da quelle tradizionali irrimediabilmente in crisi e non più credibili. In tale contesto può esplicarsi quella serie di bisogni simbolici di partecipazione e autorealizzazione a cui accennavamo in precedenza.

L'IMPORTANZA DEL FENOMENO "VOLONTARIATO"
Se è vero che il valore di una civiltà di civiltà si può misurare non anche dall'attenzione che essa presta alle fasce più deboli, ma soprattutto da questa la grande considerazione in cui va tenuto un fenomeno come quello del volontariato non avrebbe bisogno di altri argomenti che non quelli dell'osservazione del servizio quotidiano ed efficace reso in ambiti spesso trascurati dalle Istituzioni. L'attività del volontariato si esplica, infatti, in favore della tutela della salute e dell'ambiente, dell'assistenza e integrazione sociale di handicappati, drop e detenuti, della tutela dei diritti degli anziani, dell'esistenza di una rete di relazioni di solidarietà che interviene nelle situazioni di reale bisogno delle categorie più deboli è fin troppo evidente per essere ulteriormente ribadita.
L'aspetto su cui vorremmo appuntare la nostra attenzione è quello invece, che riguarda l'attività del volontariato come azione produttrice di "senso", appagante del bisogno di appartenenza e di relazione.

E' infatti evidente che i tempi, i ritmi, il sistema economico che strutturano il nostro sistema sociale, tendono a modellare un individuo spesso alienato, poco consapevole delle complessità della realtà in cui vive e dipendente dai modelli imposti dai mass-media e dalla pubblicità. Il senso di partecipazione, impegno e interesse per il problemi collettivi in altri anni si era esplicato intorno alle iniziative di movimenti e partiti politici. Oggi tutto il mondo politico ed istituzionale soffre di una profonda crisi di credibilità e non è più in grado, nel suo insieme, di prospettare reali forme di innovazione e cambiamento. Non deve ingannare, a tale riguardo, un'apparente riaccendersi dell'interesse per la politica dovuto in gran parte all'introduzione del sistema maggioritario che per sua stessa natura tende a radicalizzare i contrasti. Generalizzando, infatti, possiamo affermare che i sentimenti preponderanti nei confronti della politica e del mondo istituzionale sono la sfiducia e la convinzione che, al di là delle contrapposizioni ideologiche e polemiche, tutto il sistema politico sia connotato dall'abitudine al malgoverno e al disinteresse per i problemi reali della popolazione.

In questo vuoto va ad inserirsi l'attività del volontariato creando un nuovo spazio in cui l'individuo possa identificarsi nel suo rapporto con gli altri e recuperare un proprio senso della socialità anche in funzione polemica rispetto ad un potere politico ed istituzionale dal quale non si sente rappresentato.
Questo nuovo sentimento di appartenenza si manifesta, nell'esperienza del volontariato, su due diversi livelli. Il primo riguarda il gruppo di volontari che condivide non solo un universo di valori, ma anche la partecipazione ad un'esperienza e ad un'azione comune. Il secondo si rivolge, ovviamente, al rapporto con "l'altro", sia esso un minore in difficoltà, un ex detenuto o un extracomunitario, attraverso cui viene a ricostituirsi un tessuto sociale in maniera trasversale e complessa da una serie di scambi e relazioni.

L'esperienza del volontariato si rivela, quindi, fondamentale non solo per quelle categorie che direttamente usufruiscono di iniziative ed aiuti concreti, ma per gli stessi operatori che vanno recuperando uno status di cittadini pieno e consapevole.
Tutto ciò non può essere sottovalutato in una società che soffre drammaticamente della mancanza di un sistema di valori di riferimento. L'osservazione del mondo giovanile e delle forme di aggregazione degradate e spesso devianti (estremismo politico, bande, tifoserie, ecc...) che riempiono le prime pagine dei giornali, rivela come la condivisione dell'esperienza sia un bisogno profondo che in situazioni di sottocultura può rivelarsi deleteria.
Sono quindi molteplici le ragioni per cui il mondo politico dovrebbe guardare con interesse al fenomeno del volontariato, non solo in funzione strumentale, come spesso avviene, ma con un'attenzione nuova volta alla ricezione delle istanze sociali e all'analisi delle ragioni profonde.

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