"Voglia d'Italia": fine primo tempo in Argentina
È lecito dire che gli argentini siano italiani al quadrato. Nelle lande sterminate della pampa e nelle città senza limiti urbanistici, vizi e virtù del Bel Paese si sono moltiplicati a dismisura. Genio e sregolatezza si sono insinuati nel dna del popolo argentino; le senti nell’aria come goccioline frizzanti o le vedi incollate sui muri scrostati che parlano di un’eterna giovinezza.
Ovunque tu vada in Argentina sarai accolto da un: «Ah, italiano!» accompagnato da grandi sorrisi. E poi: «Mi abuelo era italiano!», ovvero: «Mio nonno era italiano». Il tassista di Buenos Aires, la piccola artigiana a Monte Hermoso, la storica di Bahia Blanca… Bari, Trento, passando per le sovraffollate Marche – sovraffollate di emigrati – in Argentina tutti hanno un parente in Italia… e tutti sono orgogliosi… felici e contenti di avere sangue italiano nelle vene… e tutti ti raccontano un pezzetto della loro storia, in quei pochi minuti di contatto tra esseri che sembrano venire da due mondi lontanissimi eppur legati da un cordone ombelicale invisibile ed ancestrale fatto di sangue, sorrisi, sacrifici, sudore, suoni, sapori.
Nel porto di Bahia Blanca, che si chiama Ingeniero White, si venera San Silverio proprio come nell’isola di Ponza, nel Lazio; da qui sono partite flotte di pescatori che hanno colonizzato la zona e le attività portuali di Bahia Blanca. Invece La Boca, il celebre quartiere marittimo di Buenos Aires, è una colonia genovese, tanto che ancora oggi gli abitanti della Boca si chiamano xeneizes, («genovesi» in dialetto ligure) e la scritta xeneizes appare sulle magliette della gloriosa squadra di calcio Boca Juniors.
L’Italia in Argentina è un mosaico di milioni di voci che parlano uno spagnolo mescolato con i più disparati accenti nostrani. Situazione che si riflette nella vita sociale delle nostre comunità: non solo ogni regione italiana ha la sua associazione di riferimento ma queste superano anche quota venti quante sono le regioni in Italia.
Ma allora cosa vuol dire essere italiani all’estero? La risposta ce la dà Andrea, il nostro angelo custode in Argentina, nel bel mezzo dei cento chilometri che separano Bahia Blanca da Monte Hermoso. «Avevamo da poco aperto il comedòr. Venne a trovarci un rappresentante della comunità piemontese per vedere cosa facessimo. Avevo un po’ di paura per ciò che mi avrebbe detto. Alla fine della visita venne da me e mi disse: “Spendiamo tante parole sull’italianità… Questo vuol dire essere italiani”. La cosa più bella che potesse dire».
Sì, hanno ragione la nostra Andrea e il suo piemontese. Essere italiani in Argentina vuol dire riallacciare un legame fraterno transoceanico, rinverdire i rapporti socio-culturali… ma soprattutto fargli sentire il calore di un popolo amico. Se è vero, come è vero, che la solidarietà è parte integrante della cultura del nostro popolo… allora non possiamo fare a meno di dimostrarlo… Costruendo mattone su mattone un centro comunitario per i bambini di una villa per fargli vivere un’infanzia quanto più normale possibile, fatta di merende e giochi pomeridiani… E poi corsi di formazione professionale che nell’asprezza della villa diventano veri e propri corsi di sopravvivenza… Libri e computer per la biblioteca… E poi loro, quel manipolo di volontari italiani… giovani, belli e anche un po’ ribelli… Ragazzi e ragazze poco più che ventenni che ogni anno si danno il cambio per vivere e far vivere dieci mesi all’insegna della comunità, la solidarietà e la libertà.
Per noi il viaggio finisce qui. Nelle orecchie ci sono ancora le risate dei bambini… negli occhi i loro sguardi che mozzano il fiato e spaccano il cuore. Tutti i bambini hanno avuto il loro dono… Ci togliamo le maschere da re magi. Nei nostri volti, i bambini leggono tristezza e capiscono che non ci saremmo rivisti l’indomani. «Non state andando via, vero? Tu resti qui ancora un po’? Ritorni per il mio compleanno?». Dalla bocca escono soltanto secchi no, smorzati in gola. A fatica tratteniamo le lacrime. Ma dentro di noi c’è comunque un sollievo e una certa serenità: aver toccato con mano la povertà estrema e allo stesso tempo sapere che c’è qualcuno, in Italia e in Argentina, che ogni giorno pensa a loro… Alla fine un sorriso passa le maglie dell’emozione. Ora tocca a noi.




















